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Giovedì, 7 agosto 2003

 
8:51:17 AM a cura di Patrizio Brandelli e Paolo Russo

Formati aperti e standard

Difficile trattare il tema in maniera più chiara di come sia stato fatto nell'ormai pluricitata Indagine conoscitiva sul software a codice sorgente aperto nella Pubblica Amministrazione del Ministro per l'Innovazione e le Tecnologie.

Pertanto, ci limitiamo a riportarne il testo evidenziando in grassetto i passaggi particolarmente pregni di significato per gli Enti Locali.

Formato aperto e formato standard In base ai precedenti paragrafi un “formato aperto” può essere definito come la “modalità di rappresentazione dei dati in forma elettronica, deliberatamente resa pubblica, completamente documentata ed utilizzabile da chiunque”.

In questo senso per esempio il formato utilizzato da “OpenOffice.org” [Nota: è un ottimo prodotto di produttività d'ufficio open source. Vedi il sito per ulteriori informazioni o per scaricarlo liberamente.] è un formato aperto in quanto:

  • È una modalità di rappresentazione dei dati in forma elettronica.
  • È esaustivamente documentato ed utilizzabile da chiunque (i dati vengono rappresentati nativamente in XML e salvati come documenti XML la cui struttura è definita in una DTD, grammatica di una classe di documenti XML, pubblica).

Un formato è standard quando è definito da un ente di standardizzazione (per esempio, HTML) o è di fatto condiviso da una comunità (per esempio, PDF). Un formato è uno standard aperto quando soddisfa il requisito di pubblicità e di normazione (p.e. XML e HTML sono standard aperti perché le loro specifiche sono pubblicamente documentate, definite e mantenute da un ente di standardizzazione, il W3C).

L’utilizzo dei formati aperti assicura alcuni importanti benefici:

  • Indipendenza.

    La documentazione pubblica e completa del formato consente l’indipendenza da uno specifico prodotto e fornitore; tutti possono sviluppare applicazioni che gestiscono un formato aperto.

  • Interoperabilità.

    Usando formati aperti (e a fortiori formati aperti standard) sistemi eterogenei sono in grado di condividere gli stessi dati.

  • Neutralità.

    I formati aperti non obbligano ad usare uno specifico prodotto, lasciando libero l’utente di scegliere sulla base del rapporto qualità/prezzo.

Inoltre, i formati testo aperti standard (e a fortiori se sono autodocumentanti) comportano l’ulteriore beneficio della persistenza, caratteristica importante per la tutela del patrimonio informativo nel tempo a fronte del mutamento tecnologico. Infatti, il formato testo è il formato più indipendente dall’evoluzione tecnologica; pertanto le informazioni rappresentate con questo formato sono recuperabili anche molto tempo dopo la generazione, senza necessità di pesanti riconversioni. Questa caratteristica è ancor più vera per quei formati come SGML e XML che al dato associano la relativa descrizione (metadato) in linguaggio naturale.   

Venerdì, 1 agosto 2003

 
8:58:27 AM a cura di Paolo Russo e Paolo Brandelli

Formati aperti dei dati: qualche definizione

Continuiamo ad analizzare la parte introduttiva della già citata Indagine conoscitiva sul software a codice sorgente aperto nella Pubblica Amministrazione del Ministro per l'Innovazione e le Tecnologie.

È importante chiarire alcuni concetti sui formati dei dati. Ecco cosa riporta lo studio:

“Formati aperti” non è un concetto perfettamente definito e condiviso; si interseca peraltro con quello di “standard”.

È pertanto necessario esaminare preliminarmente ciascuno dei concetti separatamente (formato, aperto, standard) per poi procedere alla definizione dei concetti di formato aperto e formato standard.

Formato

Nelle tecnologie ICT “formato” indica generalmente le modalità con cui i dati vengono rappresentati elettronicamente in modo che i programmi possano elaborarli; per elaborare un file, un programma deve sapere come i dati vi sono “memorizzati” cioè in che forma, ovvero formato, sono rappresentati.

Il formato specifica la corrispondenza fra la rappresentazione binaria e i dati rappresentati (testo, immagini statiche o dinamiche, suono, ecc.).

Esempi di formati sono BITMAP, GIF, JPEG, ecc.

“Formato testo” indica un sottoinsieme di formati che specificano la corrispondenza biunivoca fra un carattere alfanumerico di un determinato alfabeto (p.e. latino, greco, cirillico, arabo, ecc.) e il valore del gruppo di bit costituenti l’unità di informazione di quel formato (p.e. 7 bit ASCII, 16 bit UNICODE).

Questo tipo di formato viene detto anche encoding o codice.

Aperto

Nell’accezione condivisa da tutti, una tecnologia si dice “aperta” quando è resa pubblica ed è documentata esaustivamente.

“Aperta” si oppone a “proprietaria”, che indica una tecnologia posseduta in esclusiva da un soggetto che ne mantiene segreto il funzionamento e può modificarla a proprio piacimento.

Al requisito della pubblicità per alcuni si aggiunge anche quello relativo alla proprietà.

Per costoro una tecnologia è aperta se, oltre ad essere pubblicamente documentata, non è di proprietà di un singolo soggetto.

Standard

Uno standard è una specifica o norma condivisa da una comunità. Può essere emanato da un ente di standardizzazione (ISO, ANSI, W3C, ecc.) oppure essersi imposto “di fatto” (industry standard).

Tuttavia gli standard di fatto non sono garantiti in quanto il proprietario ha la piena libertà di modificarli.

Introdotte le definizioni di formato aperto e standard nella prossima scheda riprenderemo qualche esempio esplicativo.   


Lunedì, 28 luglio 2003

 
10:53:11 AM a cura di Patrizio Brandelli e Paolo Russo

Open Source e Software Libero

Dopo questo veloce excursus su vantaggi e svantaggi dell'Open Source, chi ancora sta leggendo queste pagine ha probabilmente deciso che i pro superano i contro e che vale la pena di investire un po' del proprio tempo per capire con maggior precisione cosa sia l'Open Source.

Per farlo un buon punto di partenza è il recente studio del Dipartimento per l'Innovazione e le Tecnologie.

Da esso trarremo molto del materiale sequente, commentandolo alla luce degli interessi delle Comunità e dei Comuni montani.

Per cominciare riportiamo le definizioni di Open Source e Software Libero.

I termini “open source” e “software libero” vengono normalmente utilizzati per identificare software il cui codice sorgente può essere liberamente studiato,copiato, modificato e ridistribuito.

In particolare, la definizione di software libero proposta dalla Free Software Foundation (FSF) recita testualmente:

L’espressione “software libero” si riferisce alla libertà dell’utente di eseguire , copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, esso si riferisce a quattro tipi di libertà per gli utenti del software:

  • Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo (libertà 0).
  • Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
  • Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo (libertà 2).
  • Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

I termini “open source” e “free software” sono da taluni considerati sinonimi.

In realtà essi si riferiscono a filosofie ed approcci diversi:

  • Free software. Secondo la FSF di Richard Stallman il software deve essere libero non in quanto gratuito, ma per una questione etica e di principio.

    Esistono una serie di diritti dell’utente del software (indicati nella definizione proposta in precedenza) che devono essere adeguatamente tutelati; il software deve essere “libero” per questi motivi prima ancora che per motivi di carattere economico e di mercato.

  • Open source. La comunità del software OS condivide in larga misura le posizioni del mondo del software libero, ma deenfatizza gli aspetti etici, fondando le proprie scelte e motivazioni su considerazioni di carattere tecnico-economico.

Secondo i sostenitori del software OS, tali motivazioni tecnico-economiche sono sufficienti a giustificare la necessità del software aperto/libero.

Esistono poi diverse altre varianti sul tema che sottendono diverse forme di licenza e modelli alternativi, che in qualche modo si rifanno alla condivisione del codice sorgente.

In particolare, è stato proposto il concetto di community sourcing per indicare una qualche forma di condivisione controllata di codice all’interno di una comunità. Si rimanda ad altri testi e riferimenti per un’analisi dettagliata delle diverse proposte e alternative disponibili.

Si noti che “open source” e “free software” non sono sinonimi di “gratuito”: un software OS può essere gratuito oppure venduto a pagamento.

L’idea di fondo è che quando un utente è entrato in possesso di una copia di un programma libero (che deve necessariamente includere il codice sorgente e non solo l’eseguibile) ha il diritto di utilizzarlo secondo quanto previsto dalla licenza (tipicamente può modificarlo, copiarlo, installarlo, ridistribuirlo ed eventualmente anche rivenderlo).

Ovviamente, le licenze OS prevedono vincoli che regolano tale processo.

Per esempio, la licenza GPL (General Public Licence) impone che software sviluppato e integrato con software GPL sia anch’esso GPL.

Per chi fosse interessato ad approfondire lanciamo l'invito a confrontare i principi ispiratori della definizione di software libero della FSF, orientati alla difesa dei diritti degli utenti, con quelli che ispirano la direttiva 2001/29/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi alla società dell'informazione.

In pratica tutti i diritti riconosciuti all'utente dalla FSF sono esplicitamente indicati come pratiche illegali quando si tratta invece di materiale coperto da copyright.

Se sarà possibile, cercheremo di dedicare spazio a questo argomento e ai paradossi che ne derivano.   


Martedì, 22 luglio 2003

 
9:44:31 AM a cura di Paolo Russo e Patrizio Brandelli

Gli svantaggi dell'Open Source

Gli svantaggi maggiori dell'Open Source sono legati principalmente alla mancanza di una struttura industriale che garantisca l'evoluzione dei prodotti in tempi definiti.

Essendo prodotti che tendono ad essere rilasciati quando sono effettivamente pronti, non vengono molto incontro alle esigenze delle strutture di programmazione aziendale, ma anche pubblica.

Inoltre, tipicamente software a limitata diffusione ed alto valore intrinseco tendono a non essere supportati nel mondo Open Source, in quanto le regole di sostenibilità economica di tale modello sono paganti in presenza di un prodotto base che possa vantare un installato molto ampio e generare lavoro per gruppi molto estesi di professionisti.

Prodotti come web server o pacchetti office sono perciò molto adatti ad essere sviluppati con successo come Open Source, mentre software ultraspecialistici per la sicurezza che soddisfino le esigenze di 200 utenti in tutto il mondo no.

In alcuni ambiti operativi, però, alla Pubblica Amministrazione può essere richiesta proprio l'adozione di programmi di questo secondo tipo e la loro presenza deve condizionare le scelte architetturali generali.

Non è tipico esclusivamente del mondo Open Source il problema della persistenza sul mercato di un prodotto: se riesce a generare lavoro per un numero sufficiente di imprese e professionisti permane, altrimenti sparisce. In altre forme, ma esattamente lo stesso è vero per i prodotti proprietari.

Un'aspetto del software Open Source che può generare svantaggi è che costringe a rivolgersi a professionisti.

Dal punto di vista della gestione questo impone alcuni costi che appaiono evitabili con altre soluzioni. Un esempio classico è quello del confronto Linux - Windows 2000 nel campo dei server.

Il primo deve essere necessariamente installato e gestito da un professionista esperto. Il secondo può essere attivato da persone con esperienza di gran lunga minore e riesce a garantire comunque un livello minimale di servizio.

Tipicamente, l'assenza di un professionista a gestirlo lo espone a inaccettabili vulnerabilità sotto il profilo della sicurezza e dell'affidabilità, ma se questi non sono requisiti importanti, allora può esserci un effettivo vantaggio.   


Mercoledì, 16 luglio 2003

 
11:32:07 AM a cura di Patrizio Brandelli e Paolo Russo

I vantaggi dell'Open Source parte III: favorire lo sviluppo locale

Software Open Source non vuol dire software gratis.

Vuol dire decidere di investire soprattutto sui servizi legati al processo attivato dalla presenza di un software piuttosto che sul prodotto in sé.

Banalizzando forse un po' troppo, la questione può essere illustrata dal seguente esempio.

Supponiamo di dover dotare le 10 postazioni di un ufficio pubblico di un pacchetto di produttività d'ufficio (elaborazione testi, foglio elettronico, ecc...).

Possiamo scegliere di acquistare per una cifra X 10 licenze di un pacchetto proprietario di riferimento nel settore ed esaurire con questo il nostro budget.

Oppure possiamo scegliere di adottare un prodotto Open Source e spendere il nostro budget X nella formazione del personale ad un suo corretto utilizzo e per eventuali personalizzazioni.

Supponiamo anche che le due strade portino ai medesimi risultati dal punto di vista operativo.

L'esempio è molto rozzo e richiederebbe molti raffinamenti per poter essere considerato un caso reale da valutare, ma evidenzia un punto cruciale.

Nel caso 1 il budget viene speso a favore di una multinazionale produttrice di software, mentre nel caso 2 può essere speso a favore di realtà produttive locali impegnate nel settore dei servizi.

Questo secondo caso deve suscitare attenzione nella Pubblica Amministrazione anche in considerazione del fatto che le stime del MIT parlano di una PAL che già oggi spende in acquisto di licenze proprietarie svariate decine di milioni di euro.   


Giovedì, 10 luglio 2003

 
10:55:18 AM a cura di Patrizio Brandelli e Paolo Russo

I vantaggi dell'Open Source parte II: Autonomia organizzativa

Proseguiamo con l'esame dei vantaggi offerti agli Enti Locali dal software Open Source.

I vantaggi in termini di autonomia organizzativa rappresentano senza dubbio il punto di forza nella scelta a favore di un software libero da parte della Pubblica Amministrazione.

Infatti:

  • impedisce il monopolio di produttori di software proprietario;

    Ciò rafforza la capacità di contrattazione da parte della Pubblica Amministrazione nei confronti dei produttori ed ha un effetto-calmiere sui prezzi. In questo senso stanno cominciando a giungere segnali confortanti.

  • permette agli Enti di mantenere il controllo dei propri dati;

    Essendo i dati memorizzati ed elaborati tramite formati e software pubblici, la Pubblica Amministrazione può in qualunque momento decidere liberamente di cambiare fornitore e non si espone ai rischi di costi imprevisti di conversione delle proprie basi informative legati non a reali esigenze di servizio, ma semplicemente a decisioni di marketing del fornitore.

  • permette di garantire servizi ai cittadini ed alle imprese senza imporre costi per l'acquisto di software proprietario;

    Una delle esperienze più odiose per un cittadino che si accosta ai servizi informatici di un Ente Locale è trovare che un documento o un modello è stato reso disponibile secondo un formato elettronico proprietario, per la cui decodifica viene dato per scontato il possesso di software del costo di alcune centinaia di euro.

    Tipica è la pubblicazione di documenti nell'ultimo formato di Microsoft Word o, peggio ancora, di Microsoft Access.

    Pubblicare le medesime informazioni in un formato aperto elimina l'obbligo per il cittadino di procedere all'acquisto di prodotti di un particolare fornitore se vuole accedere alle informazioni della Pubblica Amministrazione.

    Un esempio classico di buona prassi è l'utilizzo del formato PDF, per il quale esistono decine di lettori gratuiti su qualunque sistema operativo.

  • il codice sorgente pubblico permette di apportare al software modifiche e personalizzazioni secondo le singole necessità.

    Anche in questo caso la Pubblica Amministrazione svincola le proprie politiche di servizio dai vincoli imposti dal mercato del software proprietario e può decidere di investire per la realizzazione di servizi specificatamente pensati per la propria realtà locale.

    E' un aspetto del discorso al quale soprattutto i Comuni dovrebbero prestare la dovuta attenzione.

  

Lunedì, 7 luglio 2003

 
9:11:43 AM a cura di Paolo Russo e Patrizio Brandelli

I vantaggi dell'Open Source parte I: efficienza di gestione dei costi

Quali sono i principali vantaggi dell'adozione di soluzioni Open Source nella Pubblica Amministrazione Locale?

Cominciamo dal controllo dei costi.

Se ci riferiamo al solo costo delle licenze dei pacchetti d'uso più comune (sistemi operativi, produttività d'ufficio, GIS, ecc...) i prodotti Open Source risultano pressochè imbattibili: in sè per sè sono assolutamente gratuiti per chi sia in grado di scaricarli direttamente via Internet oppure possono essere acquistati con la sola copertura dei costi di distribuzione, il che può voler dire l'acquisto di un pacchetto presso un rivenditore informatico piuttosto che di una rivista di settore con CD allegato.

In entrambi i casi si tratta di pochi euro.

Inoltre, mentre i prodotti proprietari hanno un costo più o meno elevato per singola licenza, per i prodotti Open Source una volta venuti in possesso del programma di installazione possiamo legalmente effettuare tutte le copie che vogliamo del software in questione.

Per finire, l'Ente locale non è vincolato economicamente in alcun modo da politiche di aggiornamento dei programmi.

Per fare un esempio, attualmente le licenze dei prodotti Microsoft valgono soltanto due anni dalla data di acquisto, dopo di che si è costretti all'onere del rinnovo.

Una licenza di Linux, per esempio, non scade e, comunque, il naturale processo di aggiornamento dei prodotti comporta gli stessi ridotti costi visti precedentemente: nella peggiore delle ipotesi l'acquisto di un pacchetto di aggiornamento da 50-100 euro, che può essere utilizzato indifferentemente per l'upgrade di 1, 10, 100 postazioni.

Incidentalmente notiamo che l'aggiornamento di un software di norma comporta sempre qualche inconveniente (scoperta di incompatibilità varie, adattamento dell'utente a nuove interfacce, ecc...) e per l'amministratore di sistema rappresenta un vantaggio non trascurabile poter essere lui a decidere il momento di effettuarlo piuttosto che dover essere obbligato dai tempi di scadenza delle licenze.

Considerato che una stima del MIT valuta in 7,6 milioni di euro la spesa affrontata nel 2001 dagli Enti Locali per l'acquisto o l'aggiornamento delle licenze dei soli sistemi operativi dei personal computer, ci si rende conto che l'adozione di soluzioni Open Source potrebbe portare a consistenti risparmi.

Però non è tutto oro quel che luccica. Infatti, per effettuare valutazioni corrette bisogna riferirsi al Costo Totale di Proprietà del sistema (TCO dall'inglese Total Cost of Ownership), di cui il costo di acquisto è solo una componente spesso marginale.

Nel calcolo del TCO, al quale dedicheremo una scheda successiva, devono essere inseriti una molteplicità di fattori inerenti l'efficacia del prodotto, i costi di assistenza, i costi di addestramento del personale, ecc...

In taluni casi il TCO di un prodotto Open Source è tale da vanificare i risparmi sui costi di acquisto, in altri li moltiplica.

Ci torneremo più diffusamente.

In sintesi: le soluzioni Open Source garantiscono costi di entrata e flessibilità nella gestione delle spese di gran lunga premianti rispetto alle soluzioni proprietarie, ma non sempre comportano Costi Totali di Proprietà remunerativi rispetto a queste.   




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